mercoledì 23 maggio 2012

L'amore che resta

« E poi c'è questo uccello canoro che pensa di morire ogni volta che cala il sole. E la mattina quando si sveglia è così sconvolto di essere vivo che si mette a cantare la sua melodiosa canzone. Io canto ogni mattina da quando ti conosco».

Un omaggio al celebre "Harold e Maude" di Hal Ashby apre l'ultima fatica di Gus Van Sant, col giovane protagonista Enoch (Henry Hopper, figlio del grande Dennis) che trascorre le giornate ai funerali di gente sconosciuta: rimasto orfano dei genitori dopo un terribile incidente d'auto, afflitto da sensi di colpa per essere rimasto l'unico superstite e da traumi che lo fanno dialogare con fantasmi giapponesi, a uno di questi funerali non incontrerà un'anziana Maude ma la coetanea Annabel (Mia Wasikowska), afflitta da un cancro al cervello e con pochi mesi di vita all'orizzonte. Tra i due nascerà ben presto un amore intenso e capace di sconfiggere lo spettro della morte.

Con "Restless" il regista americano si muove sul filo tra leggerezza e malinconia, freschezza e dolore, sorrisi e lacrime, e ci riesce con un'abilità degna del miglior Philippe Petit: è struggente il modo in cui Enoch e Annabel vanno incontro all'ineluttabile, una morte che viene svuotata del suo peso attraverso l'amore e la voglia di vivere, sdrammatizzata attraverso simulazioni alla ricerca del decesso perfetto, insolite passioni - come quella di Annabel per insetti necrofagi e uccelli che cantano la propria gioia nel risvegliarsi ogni giorno - e dialoghi con chi già si trova dall'altra parte: è il caso del fantasma Hiroshi, giovane aviatore giapponese morto kamikaze nella Seconda Guerra Mondiale, unico amico di Enoch al quale farà capire cosa conta davvero nella vita.
L'empatia tra gli esseri umani è l'unico modo possibile per traghettarsi attraverso i pochi anni che ci spettano - a chi più a chi meno, ma sempre una miseria se paragonati al corso della Storia. Il mondo fantastico creato dai due giovani per resistere al dramma passato (Enoch) e prossimo nel futuro (entrambi) è una fortezza inaccessibile agli altri: c'è chi non lo capisce (la sorella di Annabel), c'è chi se ne tiene lontano per rispetto (Hiroshi), c'è chi si nasconde dietro un vetro di compassione (i medici e gli infermieri).

I personaggi, l'atmosfera e soprattutto la fotografia richiamano alla mente i primi, celebri film di Van Sant, "Drugstore cowboy", "My Own Private Idaho", "Cowgirls", e al contempo sono pregni di quell'aura indie che ha fatto la fortuna di recenti pellicole coming-of-age alla "Juno". Non è un caso che l'ambientazione sia la piovosa Portland, città tanto cara al regista e allo stesso tempo una delle roccaforti della cultura giovanile americana. Così come non è un caso trovare Danny Elfmam, Bon Iver e Sufjian Stevens tra gli autori dei leitmotiv del film. Ma se gran parte di questo cinema recente scade spesso nello stucchevole, confezionato su misura per un pubblico target che ama trovarsi di fronte solo ciò che già s'aspetta, qui si respira un piacevole profumo di freschezza e sincerità. Van Sant veicola il suo messaggio con un cinema che è pura poesia: non sono richiesti grandi costruzioni logiche o castelli di parole, sono sufficienti uno sguardo, una lacrima, o un sorriso. Come quello di Enoch nel preziosissimo finale.
Un film armonioso come il canto di un usignolo.


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