mercoledì 30 maggio 2012

Jaron Lanier "Tu non sei un gadget"

Se riuscite a superare la repulsione causata dall'improbabile titolo del libro - una volta tanto colpa non della traduzione italiana ma dell'edizione originale "You are not a gadget" - avete già scalato buona parte della vetta. Se poi riuscite anche a digerire lo stile intricato, i contorti ragionamenti dell'autore, i suoi repentini cambi di direzione e il suo continuo aggiungere carne al fuoco che alla fine non sai più da dove è partito e dove vuole arrivare, beh, allora siete sulla cima e da lì in poi si va piacevolmente in discesa.

Il californiano Jaron Lanier è una personalità eclettica: compositore di musica classica e collezionista di rari strumenti musicali, scenziato informatico, è uno dei pionieri della realtà virtuale e del cyberspazio poi sfociato nel world wide web. Da una parte una passione viscerale e visionaria per il mondo dell'informatica, dall'altra un approccio umanistico che pone l'individuo e la natura prima di ogni cosa: due mondi che difficilmente si possono conciliare tra loro e dal cui scontro Lanier parte per muovere le sue critiche al cosiddetto Web 2.0, dominato da giganti quali Google, Facebook o Wikipedia e dalla filosofia dell'Open Source.
Oggi stiamo assistendo non ad un'esplosione di contenuti e creatività, ma ad un appiattimento culturale e sociale in cui l'intelligenza e l'identità del singolo vengono sacrificate a vantaggio della mente collettiva, dell' "Alveare". Siamo più interessati a conividere l'immagine di noi stessi piuttosto che arricchirla, e siamo disposti a sminuire e semplificare la nostra essenza per conformarla alle piattaforme standardizzate dei social network. L'informazione tende a fossilizzarsi nella bibbia dell'enciclopedia globale - in cui un sinonimo nascosto di "democrazia" è spesso "mediocrità di contenuto" - e ogni voce fuori dal coro tende ad essere sempre più flebile. Per non parlare della possibilità di accedere ad ogni contenuto istantaneamente e gratuitamente, paradiso in terra in apparenza, nella realtà un "Maoismo digitale" in cui una miriade di contadini (artisti, musicisti, registi, giornalisti) lavora gratis e gli unici ad arricchirsi sono i colossi dell'informatica, aggregatori di contenuti: nel futuro prossimo come ci si guadagnerà da vivere? Che tipo di società ci aspetta?

Lanier ci accompagna nella sua critica alla società odierna in maniera assolutamente non organica, attraverso le proprie perplessità e paure - come quelle di un futuro in cui la nostra vita si esaurirà in una connessione permanente e totale nel Nuovo Web - e presentandoci concetti interessanti come quelli del lock-in, ovvero quel fenomeno per cui obsolete scelte di progettazione di software si perpetuano per inerzia e limitano possibili alternative o migliorie future, nonostante i passi da gigante a livello hardware. Allo stesso modo propone soluzioni innovative - tasse sull'utilizzo di contenuto artistico, musica venduta in gadget - e, soprattutto nel finale, ci accompagna alla scoperta delle sue passioni in digressioni tanto immotivate quanto interessanti: la realtà virtuale, il cervello umano, le origini della coscienza e del linguaggio, la rappresentazione dei sensi attraverso le macchine, l'intelligenza dei cefalopodi.
Quella di Jaron Lanier è una voce fuori dal coro e sulle sue idee si può essere d'accordo o meno: in ogni caso gli interrogativi che pone sono fondamentali in un panorama dominato da un ottimismo e un entusiasmo quasi fanatici, in cui tutti si gustano l'abbondanza del presente ma nessuno si pone una domanda sul futuro che ci attende.

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