venerdì 9 marzo 2012

Suzanne'Silver "Deadband"

Chiedo venia.
Ascoltato circa un anno fa per una possibile produzione su Bloody Sound non avevo inquadrato a dovere il nuovo album dei Suzanne'Silver: un ascolto troppo rapido, interessi focalizzati altrove, l'avevo etichettato come un disco tra i tanti, ben realizzato ma non degno di particolare interesse. Ritrovo oggi "Deadband", nel frattempo pubblicato dalla statunitense Radio Is Down (che aveva prodotto anche l'esordio "The Crying Mary" nel 2007), e mi devo ricredere.

Quella operata dei siracusani è una fusione tra sonorità sviluppatesi lungo l'asse Chicago - Washington DC, vale a dire math e post rock da una parte e Fugazi sound dall'altra, con un senso della melodia degno del miglior indie americano: tra le centinaia di band italiche che hanno calcato queste strade, viaggi spesso e malvolentieri falliti miseramente, i Suzanne'Silver spiccano per una capacità di scrittura che non esagero a definire sopraffina.
Deviazioni repentine e scatti di nervi vanno a braccetto con fini melodie, peraltro già apprezzate nella produzione solista del cantante e chitarrista Carlo Barbagallo, fatte di marcette sbilenche (Green Ocean Breezer), piogge cartoonesche di tastiere e fiati (l'intro di Wave a Surfer Waits), o ancora di suoni ovattati e liquidi come in Y, roba di carillon e liquidi amniotici, una ninnananna in chiaroscuro, sogni e incubi. Una raffinatezza che ricorda il miglior Lanegan o il Dulli versione Afghan Whigs. Ma non manca l'impatto: N-Ice ci mostra tutt'altro che una "band morta", capace di sfuriate postcore, distorsioni graffianti e svisate vertiginose, così come Barabolero II (My right shoulder skin), intro zoppicante e ossessiva che anticipa un vero e proprio bolero di vorticoso noise. Il tutto sempre intimamente fuso con uno sviluppatissimo sentire pop: la guerra e la pace, e tutto ciò che c'è nel mezzo. Esemplare la già citata Wave a Surfer Waits: una voce prima soporifera che acquista via via rabbia, come una corda tesa che infine si spezza. L'apocalisse? No, passi in punta di piedi tra resti frantumati.

"Deadband" non rispecchia i nostri tempi: è un album non attuale che riesce a farci ricordare, senza nostalgia, la miglior musica degli Anni Novanta, quand'eravamo ancora capaci di sentire le canzoni e appassionarci veramente. Perla fuori dal tempo. Un disco da non sottovalutare, che a un primo ascolto non colpisce orecchie sempre più impigrite e rapite da flussi di drones e cinchaglierie hypnagogiche. Ma bastano pochi giri sul lettore per svegliarle, le orecchie, dal letargo: ecco dunque che sboccia la bellezza ammaliante di "Deadband". Dedicategli la dovuta attenzione e prendetevi una pausa dal flusso snervante di informazioni e di troppi, troppi ascolti che non ci permettono più di amare, davvero, la nostra musica.

(Radio Is Down, 2012)


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