giovedì 15 marzo 2012

Millennium - Uomini che odiano le donne

Mikael Blomkvist (Daniel Craig) è il direttore della rivista d'inchiesta "Millennium": uscito con le ossa rotte dallo scontro giudiziario contro un uomo d'affari potente e corrotto, viene ingaggiato dal vecchio Henrik Vanger (Christopher Plummer), membro di una delle più ricche famiglie svedesi, per risolvere il caso della giovane nipote Harriet, misteriosamente scomparsa quarant'anni prima. Lisbeth Salander (la bravissima Rooney Mara) è una ventenne asociale e introversa, punk fino al midollo, hacker e investigatrice infallibile. Un passato carico di violenza fa sì che il suo patrimonio debba essere gestito da tutori legali che cambiano di continuo: lo stupro da parte dell'ultimo arrivato risveglia in lei una furia incontrollabile.
Ben presto le strade dei due protagonisti si incroceranno: fianco a fianco nella ricerca di Harriet, in una discesa verso l'abisso che porterà a galla torbide verità e mille ombre sulla famiglia Venger, i cui membri sono corrosi nell'animo da attriti che durano decenni e nulla è ciò che sembra.

Remake del primo atto della trilogia Millennium, "Uomini che odiano le donne", dall'omonimo, celebre romanzo di Stieg Larsson: a seguito del successo dell'originale svedese (regia di Niels Arden Oplev, 2009) era solo questione di tempo prima che gli americani ci mettessero lo zampino. Detto fatto. Per fortuna c'è molto di più che una calligrafica riproduzione: Fincher ci mette molto del suo nel rendere la storia di Stieg Larsson ancor più tetra e oscura, con una fotografia che non abusava così tanto del nero dai tempi di Seven. L'abuso del digitale viene per fortuna confinato ai titoli di testa, vero e proprio videoclip della cover della zeppeliana Immigrant Song a cura di Trent Reznor, autore della colonna sonora; abbondano i notturni, e anche le poche ore del giorno risultano sempre sature di neve o di una nebbia opprimente; che sia l'aperta campagna della tenuta dei Vanger o il cuore pulsante di Stoccolma, l'ambiente si pone sempre in un rapporto di fredda ostilità con i personaggi. Ostilità che viene vissuta in maniera diametralmente opposta dai due protagonisti: da una parte Mikael la soffre, più sballottato dagli eventi che capace di controllarli, spaventato da misteri sempre più oscuri e dalla violenza montante; dall'altra una Lisbeth ghiaccio fuori e lava dentro, che nella notte trova il suo habitat naturale e dal buio riesce a generare un buio ancor più nero.
Ma la distanza tra i due è effimera: la paura di Mikael diventa controllo di sé e degli eventi che lo circondano nel quotidiano, al riparo da situazioni eccezionali. Ha una figlia, un'amante, un lavoro importante, tutti rapporti e impegni che riesce a gestire nonostante le enormi avversità. Al contrario, la corazza di Lisbeth altro non è che una maschera, un velo che cela un'incapacità di esternare le proprie sensazioni. Alla disperata ricerca di una vita normale, trova una possibile ancora di salvezza nell'amore per Mikael: un sentimento nascosto per tutto l'arco della narrazione, che trova come unica valvola di sfogo un sesso meccanico ed emotivamente freddo. Solo alla fine del film decide di gettare le carte in tavola, ma ormai è troppo tardi: nella vita di tutti i giorni di Mikael non c'è posto per lei.
Un thriller che dosa sapientemente la violenza, più evocata che mostrata (fa eccezione la punizione inferta da Lisbeth al suo nuovo "tutore"), ma soprattutto che si prende il suo tempo per coinvolgere lo spettatore: una tensione che cresce lentamente e sfoga in maniera naturale, senza facili colpi ad effetto. Stupendo poi il confronto finale tra Mikael e l'assassino, al crocevia tra una guerra psicologica e una partita a scacchi.
Remake anche per i due sequel? Se queste sono le premesse, lo speriamo davvero.


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