lunedì 5 marzo 2012

Il Re Pallido (David Foster Wallace)

Era tanta l'attesa per il lascito letterario di David Foster Wallace a tre anni dalla morte, il fantomatico "The Pale King", romanzo incompiuto sulla cui pubblicazione tanto si è dibattuto: giusto o no pubblicare un romanzo ancora in fase di lavorazione, composto da decine di frammenti e ancora lontano dall'assumere una forma compiuta? Domanda ragionevole per qualsiasi scrittore e ancor di più per Wallace, la cui meticolosità era proverbiale, tanto da pubblicare soltanto due romanzi veri e propri nell'arco della propria carriera. Giusto o no dare alle stampe un'opera senza il consenso e la volontà di chi quelle pagine le ha scritte?
Giusto o no, alla fine eccolo qui, "Il Re Pallido" di David Foster Wallace, edizione curata da quel Michael Pietsch che ha supportato l'autore anche in vita: una nuova miriade di personaggi, vicende che si intrecciano tra mille divagazioni e narrazioni parallele, salti temporali, descrizioni realistiche intimamente fuse con la fantasia; un caleidoscopio che si lascia ammirare da uno sguardo per quanto possibile d'insieme solo dopo centinaia di pagine, a patto di un'immersione completa in una lettura spesso difficile e snervante. Ovvero un'opera 100% D.F.W. Centro di gravità di questo nuovo universo wallaceiano è il Centro Controlli Regionale dell'Agenzia delle Entrate (l'IRS, Internal Revenue Service) di Peoria, Illinois. Germe della narrazione è l'anno di lavoro qui trascorso dallo stesso scrittore, fresco di espulsione dal college, anno in cui ha avuto modo di rapportarsi con una delle cattedrali della noia e della ripetitività della vita umana. In parte autobiografico in parte inventato, tra i personaggi del libro figura lo stesso Wallace, che si presenta a noi in una spassosa e cervellotica post introduzione al capitolo 9, ricca di note didascaliche, puntigliose, logorroiche e fondamentalmente inutili, che ci riportano all'incubo delle duecento terribili pagine conclusive di "Infinite Jest". Non manca nemmeno la comicità trasversale e inconfondibile dello scrittore di Ithaca: impiegati che muoiono sul posto di lavoro senza che i colleghi se ne accorgano, fantasmi che fanno visita ai dipendenti in trance estatica di fronte a montagne di dichiarazioni dei redditi da controllare, chilometriche liste di malattie contraibili in ufficio. Altrove le risate amare si fanno strada tra coltri di logica ad alto rischio di emicrania, come nella vicenda di David Cusk affetto da ipersudorazione e timore patologico di sudare, in un infinito circolo vizioso, o del ragazzo che ha deciso di premere le labbra su ogni centimetro quadrato del proprio corpo, per non parlare del flirt tra i colleghi Meredith Rand e Shane Drinion, più un match di scacchi che un incontro seducente. E ancora dipendenti muniti di superpoteri, bambini cattivissimi e il buonismo patologico di Leonard Stecyk.
Ma non mancano momenti più profondi, primo tra tutti il lunghissimo capitolo che narra la vita di Chris Fogle, vero e proprio libro nel libro, ma soprattutto episodi in cui vari personaggi si trovano a tu per tu con una noia che non è solo sensazione intrinseca del lavoro, ma dell'esistenza tutta: diventa epicentro dell'opera tutta di D.F.W. il capitolo 19, denso di considerazioni sulla morale e sul senso civico del cittadino, sull'America, sulla politica. E sulla vita, con parole che lasciano una sensazione amara: «La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà piú e la nostra infanzia è finita e con lei l'adolescenza e il vigore della gioventú e presto anche l'età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch'io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch'io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo piú veritiero di dire "morire", "andarsene", il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d'inverno».
E alla fine possono anche essere legittimi i tanti dubbi sulla necessità o meno di pubblicare "The Pale King", sulla correttezza dell'operazione. Chiaro l'intento lucrativo, che si fonde però con la volontà di dare alle stampe un'opera, per quanto incompiuta, strabordante di momenti interessanti e capaci di mostrarci un David Foster Wallace nel più lucente splendore. Un vero e proprio testamento, una lettera d'addio. Interessante sezione finale con appunti su possibili sviluppi nella narrazione, che ci mostrano un libro in divenire che avrebbe potuto sovrastare lo stesso "Infinite Jest". Perlomeno, per mole.


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