lunedì 6 febbraio 2012

STRi "Canyon"

Dopo tanto vociferare e mille tracce sparse su Soundcloud e dintorni è il momento dell'album d'esordio per i pesaresi STRi.
Autoproduzione da qualche giorno disponibile in free download, "Canyon" è un campionario di ciò che gli stessi Alberto Canestrari e Nicola Battistelli definiscono dream club, ovvero un connubio di chitarre shoegaze ed elettronica da dancefloor che da un lato ammica all'imperante verbo chillwave, dall'altro resta radicato su sonorità di fine '90, alternative rock o big beat che sia.

La scarica di ritmo iniziale è affidata a Coeur Cache, un crescendo di scie di chitarra su basi techno, LL (cover del concittadino Enrico Boccioletti/Death in Plains), ovvero i Washed Out o i nostrani Casa del Mirto back-in-time in un live set dei Chemical Brothers, e il primo singolo Summerize, electro beats, echi languidi della sei corde e linee vocali tanto sornione e soporifere quanto furbe nel mirare alla hit. Ma per il primo centro bisogna attendere Conifere: battiti rallentati e dosi massicce di riverberi, in poche parole più dream e meno club. Sfocata e sfuggente, funziona in pieno.
Dopo i due episodi interlocutori di Caldo, ballad alt-rock un po' fuoriluogo in questo marasma di elettronica, e Ranma, ovvero i Linkin Park o i My Vitriol che si danno alla drum'n'bass, il duo pesarese si risolleva alla grande: all'overture minimal techno di Wimbo si affiancano presto nastri al contrario, frammenti di rumore e percussioni incalzanti. Compressi in una discoteca o in viaggio ai confini del Mondo, sperduti nella giungla o in un Carnevale di Rio non fa differenza: è in episodi come questo che gli STRi danno il meglio, allontanandosi da strade già battute o battibili dai più. Idem per la traccia conclusiva che dà il titolo all'album: sull'incedere lento e annoiato di Canyon si annidano vagiti e sensazioni provenienti da luoghi lontani non meglio identificati, in un appassionante gioco a confondere prospettive e riferimenti.

Troppa fretta forse nel pubblicare un album oggi che di album si sente sempre meno la necessità, meglio la liquidità del flusso continuo di tracks via web; che se poi si vuole proprio piantare qualche paletto in questa corrente, meglio farlo con un EP, più adatto al genere e ai tempi che corrono. Troppa fretta, dicevamo: c'è ancora da scremare il meglio, dosare gli elementi, affrancarsi da influenze che qua e là pesano, tagliare qualche radice.
Tutte cose che sanno già fare, ma di cui si devono ancora render conto.


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