giovedì 23 febbraio 2012

L'arte di vincere

Cosa puoi fare se sei alla guida di una squadra di secondo livello, sovrastato da giganti che, a differenza di te, possono permettersi di investire milioni per accaparrarsi i migliori giocatori, e nonostante la situazione drammatica hai un'insaziabile voglia di vincere? Puoi provare a cambiare le regole del gioco.
E' quello che fa Billy Beane (Brad Pitt), ex promessa mancata del baseball e oggi general manager degli Oakland Athletics, team di seconda fascia nella MLB: dopo la grande stagione del 2001, terminata con la sconfitta contro gli Yankees alle American League Division Series, la società inizia a vendere i maggiori talenti per far cassa. Iniziano così i litigi con la dirigenza, disposta a sganciare solo briciole per ricostruire una squadra, con lo staff tecnico che insiste nel tentare di rimpiazzare giocatori non rimpiazzabili, e con gli altri team che non accettano nessuno degli scambi proposti: è proprio negli uffici dei Cleveland Indians che Beane fa la conoscenza di Peter Brand (Jonah Hill), neolaureato in economia, impacciato e goffo, quasi un alieno nel mondo del baseball, fervido sostenitore di un astruso metodo di valutazione dei giocatori basato su statistiche e matematica. Assunto immediatamente, i due iniziano a mettere assieme una squadra fatta di rottami e seconde scelte, contro tutto e tutti: la stampa, lo staff tecnico e soprattutto l'allenatore (Philip Seymour Hoffman), col quale inizia una lotta di nervi sconfitta dopo sconfitta più aspra. Esasperare il contrasto, portare fino in fondo le proprie convinzioni: le cose non tarderanno a cambiare. Da lì in poi è storia.

Basato sul libro di Michael Lewis "Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game", il film di Bennett Miller descrive il cambiamento di uno sport in cui, come in molti altri, ha sempre vinto chi aveva più denaro da spendere: emblematico sin titoli di testa, in cui lo scontro non è soltanto tra Yankees e Athletics, ma anche tra i rispettivi conti in banca. Lo sport, la politica, la vita: quella del denaro è una legge universale. A cosa serve partecipare se sai già in partenza di non poter vincere? "Ci sono squadre ricche e squadre povere, poi ci sono 20 metri di merda, e poi ci siamo noi", ammette un disilluso Beane, che non si accontenta di avere una squadra "donatrice di organi per i ricchi". Questo fino alla stagione 2002 e alla vicenda qui narrata: alla fine non vinceranno i poveri ma continueranno a vincere i ricchi (nello specifico i Boston Red Sox) adottando la via rivoluzionaria indicata da Beane e Brand. Il confine tra una vittoria parziale o ennesima beffa finale è sottile, a ognuno le sue valutazioni.
E poi c'è la vicenda umana del Beane interpretato da un ottimo Brad Pitt: una splendente promessa che ha fallito l'ingresso nel professionismo, rinunciando tra l'altro a una borsa di studio a Yale, attratto dal successo e dal denaro del baseball. L'esperienza lo ha segnato: è pronto a tutto pur di vincere, anche a perdere il lavoro rischiando così di vivere lontano dalla figlia che ama. Ma non è più disposto a cedere alle lusinghe del denaro: è per questo che rifiuta la ricchissima offerta dei Red Sox, è per questo che lo troviamo ancora oggi a capo degli Athletics, dove l'exploit di inizio millennio non si è più ripetuto.
Attorno al tema principale ruotano il contrasto tra il mondo dei numeri e il mondo reale (in cui il licenziamento di un giocatore non si risolve con un'equazione), l'immancabile dose di Hollywood (il rapporto strappalacrime tra Billy e la figlia, con tanto di main theme indiepop) e qualche risata (le gaffes dell'imbranatissimo Brand, il protagonista che non assiste alle partite in quanto convinto di portare sfiga), ad ammorbidire una visione comunque godibilissima. Vivamente consigliato anche a chi, come il sottoscritto, non ha mai visto una partita di baseball in vita sua.


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