mercoledì 11 gennaio 2012

J. Edgar

J. Edgar, "l'uomo più potente del mondo".
La vita pubblica e privata del direttore dell'FBI John Edgar Hoover, dai Palmer Raids del 1920 agli Anni Sessanta dei Kennedy, di Martin Luther King e Richard Nixon: oltre quarant'anni di storia americana durante i quali Hoover ha modificato radicalmente il volto e i metodi del Federal Bureau of Investigation, ma anche quarant'anni di debolezze, dubbi e introspezioni in un uomo tutt'altro che di ferro.

Una carriera ancor più lunga di Hoover l'ha avuta l'indomabile Clint Eastwood, che dai film di Sergio Leone in poi, prima come attore poi come regista, ha ritratto più e più volte Il Potere, personale (i primi personaggi interpretati, da Joe a Harry Callahan) o collettivo (gli antagonisti dell'eroe da lui impersonato), politico ("Potere assoluto", "Changeling", "Flags of our fathers") o malavitoso ("Mystic River"), mostrandone l'ambivalenza, i pro e i contro, la capacità di sopravvivere all'uomo che, di volta in volta, riteneva di possederlo. Il Potere è, non si ha.
Mai prima d'ora però il buon vecchio Clint si era avvicinato così tanto alla Belva, mai come oggi ci aveva mostrato con tanta chiarezza le piaghe, le ferite che il Potere infligge al "potente" di turno: il Potere logora chi ce l'ha, eccome. E il make-up impietoso e grottesco utilizzato per invecchiare Leonardo DiCaprio (Hoover), Naomi Watts (Helen Gandy) e Armie Hammer (Clyde Tolson) non è certo un risparmio sui costi di produzione o un grossolano errore, ma un atto deliberato, una dichiarazione di intenti.
Nonostante i continui flashback tra presente (i Sessanta) e passato la narrazione è lenta, pesante: una trama pachidermica che rimane fissa su sè stessa, tronfia, priva di colpi di scena salvo rari casi: il Potere è grasso, panciuto, non si muove. Non c'è bisogno di scrivere una storia, la storia è già scritta. Inoltre la gran parte delle riprese ritrae interni cupi, ambienti che ti immagini densi di polvere e di chiuso: "l'uomo più potente del mondo" è schiavo del "proprio" Potere, incarcerato nella sede del Bureau.

L'Edgar interpretato da un DiCaprio sempre più cosciente dei propri mezzi non è un grand'uomo ma un omuncolo incapace di rapporti sociali, succube della madre e bloccato da fisse ed insicurezze di ogni sorta: balbetta, è un maniaco della pulizia e dell'abbigliamento, ha una cultura limitata, modi rudi e sgarbati. Restìo alle critiche, invidioso, conservatore tout court, vede comunisti e minacce ovunque; è arrivista oltre ogni limite e ha come unico scopo di vita quello di far carriera e di incidere il proprio nome nel libro della Storia, per questo non esita a ritoccare la propria biografia raffigurandosi come un uomo coraggioso e forte, lui che non ha mai condotto in vita sua un arresto in prima persona. E non esita a spendere i soldi dei contribuenti per stupidi fumetti propagandistici, pubblicità sui cereali o film che celebrano le imprese degli agenti dell'FBI (con i protagonisti che non si rendono conto delle derisioni da parte di un pubblico che parteggia vivamente per i gangster). Viscido e subdolo oltre ogni limite, è lui che introduce l'utilizzo delle microspie per ricattare politici di ogni sorta, anche presidenti degli Stati Uniti, così da ottenere via via più potere. Ed è sempre lui che non accetta la vecchiaia e la morte, imposizioni per lui inammissibili in quanto tali.
Oltre a eventi storici quali la cattura di John Dillinger e soprattutto il rapimento del figlio di Lindbergh, Eastwood si concentra su due aspetti della vita privata di Hoover: la sua presunta omosessualità e il rapporto di amore/amicizia col braccio destro Clyde Tolson, che lo accompagnerà fino all'ultimo giorno di vita; la sottomissione a una madre autoritaria e onnipresente, con la quale vivrà anche da adulto, senza mai sposarsi.
Una visione non facile e nemmeno piacevole quella di "J. Edgar", che si presta a mille fraintendimenti. Ma fondamentale in quanto zenith del pensiero di uno tra i più maturi cineasti del nostro tempo.

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