sabato 21 gennaio 2012

Il Cavallo di Torino

La nuova (e forse ultima) opera di Béla Tarr prende spunto da una delle più note leggende su Friedrich Nietzsche, quella della follia che lo colse nel suo soggiorno a Torino nel 1889, quando vide un cavallo maltrattato e frustato dal suo padrone perchè rifiutava di muoversi. Il filosofo tedesco mise fine alla violenza dell'uomo e corse ad abbracciare la bestia, piangendo: da quel momento si chiuse in un silenzio durato dieci anni, accudito e curato dalla madre e dalla sorella. Quale fine avesse fatto invece quel cavallo non è dato saperlo: ce lo svela appunto il maestro del cinema ungherese, che per sei giorni segue le vicende del cavallo, del cocchiere (János Derzsi) e della figlia di lui (Erika Bók).

Due ore e mezza di Cinema senza compromessi, né con produttori o distributori né tantomeno con gli spettatori, ai quali il film chiede concentrazione, sforzo e devozione ma, se sì è pronti ad immergersi nel catacombale silenzio in bianco e nero inscenato da Tarr, offre dieci volte tanto. Circa trenta piani sequenza compongono l'intero film, con la camera che segue placida gli altrettanto placidi movimenti dei personaggi, di una monotonìa straziante: vestirsi, raccogliere l'acqua dal pozzo, mangiare una patata bollente, sedersi alla finestra, spogliarsi, dormire, e così giorno dopo giorno. Pochissimi anche i dialoghi, descrivere un'azione pratica, impartire un ordine, emettere un grugnito animalesco. Una voce fuori campo che introduce le vicende e che si rifà viva in un paio di riprese, e su tutto un vento implacabile che regna sovrano a dettare lo stato delle cose, come una divinità spietata.
Da una parte il cavallo che rifiuta di mangiare e di muoversi, come colpito da depressione cronica o illuminato dalla consapevolezza della futilità della pur minima azione. Dall'altra padre e figlia che ogni ventiquattr'ore ripetono imperterriti gli stessi gesti, più animali loro del cavallo, e trascorrono le giornate in attesa di qualcosa di nuovo che alteri il corso degli eventi: e quando l'innateso arriva, nei vesti di un vicino in cerca di palinka e bisognoso di parole o di una carovana di zingari assetati, la coppia fa di tutto per rintanarsi nel proprio bozzolo. La vita è pesante, faticosa e inutile, sembra volerci dire il regista ungherese. A volte cerchiamo di fuggire in cerca di qualcosa di diverso, ma veniamo sempre ricacciati indietro, alle nostre radici (il trio che abbandona la casa ormai priva d'acqua, per farvi ritorno in pochissimo tempo). Più spesso ci adagiamo sulle nostre certezze in attesa di morire, e quando la morte sembra sopraggiungere (il buio pesto, la lampada ad olio che non si accende più, la brace che si spegne) si tira quasi un respiro di sollievo ("andiamo a dormire"), per poi risvegliarsi ancora una volta di fronte a un nuovo giorno, peggiore del precedente (la solita patata nel piatto, per di più fredda e cruda).
Quella di Tarr è una denuncia all'umanità, una pietra scagliata in testa al mondo di oggi e di sempre, alla vita. E scagliata come solo lui sa fare, con una fotografia monumentale e senza tempo, con movimenti di macchina ridotti all'osso e con un montaggio praticamente nullo: il tempo cinematografico (di ogni piano sequenza) coincide col tempo dell'azione, i tempi morti non sono esclusi dalla narrazione ma ne costituiscono il nucleo stesso, così come nel mondo reale in cui spesso il vuoto prevale sul pieno. Un unico brano, epico e struggente, a musicare sporadicamente una storia altrimenti muta o avente il suono del vento che spazza via ogni cosa.

Firmato dall'autore del colossale "Satantango", "Il Cavallo di Torino (A Torinòi Lò)" ha vinto l'Orso d'Argento all'ultimo festival di Berlino e ha conteso fino all'ultimo quello d'Oro a "Una Separazione" di Asghar Farhadi: nonostante ciò non ha ancora trovato una distribuzione cinematografica in Italia, e dubito che ci riuscirà. Nel frattempo ci hanno pensato Rai Tre e Fuori Orario a proporlo al pubblico televisivo un paio di mesi fa, in lingua originale con sottotitoli. Per i ritardatari, solcare le pieghe del web.


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