lunedì 2 gennaio 2012

The Artist

Hollywood, Anni Venti. George Valentin (Jean Dujardin) è un grande attore del cinema muto: genuino amante del successo come nella migliore tradizione americana, macina un film dopo l'altro assieme al fido cagnolino Jack Russell, cavalca l'onda del successo e tutte le ragazze vanno pazze per lui. Tra queste la giovane Peppy Miller (Berenice Bejo), che presto diverrà a sua volta una stella di Hollywood.
Ma il tempo passa e nel 1929 arriva il sonoro: Valentin si rifiuta di adeguarsi al nuovo corso e molla lo storico produttore Al Zimmer (John Goodman), decidendo di produrre da solo il proprio film muto. Ma, complice la contemporanea uscita del primo film sonoro di Peppy Miller, si rivelerà un fiasco e porterà l'attore sul lastrico. Abbandonato dalla moglie, succube dell'alcool e povero, George Valentin è oramai un fantasma di Hollywood; disperato, decide di farla finita una volta per tutte, ma Peppy alla fine verrà in suo aiuto.

Quello sceneggiato e diretto dal francese Michel Hazanavicius non è solo un film sul cinema muto, ma un film muto a tutti gli effetti. Non si è operata solo una sottrazione del sonoro, producendo quello che poteva essere un semplice omaggio all'Epoca d'oro di Hollywood; no, "The Artist" sembra in ogni senso uscito dagli Anni Venti: il bianco e nero, la caratterizzazione dei personaggi, la narrazione e il ritmo, le trovate e le gag, la leggerezza di fondo, l'happy ending, non manca nulla. C'è il cagnolino simpatico che strappa sorrisi, c'è una trama dal ritmo matematico, c'è una storia d'amore che mai si esplicita: niente sesso e addirittura niente baci, tanto da non sapere alla fin fine se quello di Peppy per George sia amore, amicizia o ammirazione.
Piccoli dettagli infrangono l'illusione del film pescato dal passato, contribuendo ad un affascinante gioco di prospettive temporali: un film muto che narra la transizione dal muto al sonoro prima che questa avvenga e persistendo col muto anche a transizione avvenuta. Uscito dopo ottant'anni e passa di cinema sonoro e soprattutto di storia densissima, "The Artist" è un saggio di metacinema che si presterebbe alle più minuziose analisi sociologiche. E dicevamo di quei piccoli dettagli, brillanti elementi di disturbo impossibili per un film di ottant'anni fa, come il sogno di Valentin in cui tutto ha un suono, tutti possono parlare tranne lui, uomo silenzioso immerso in un caos di rumore: diamante su un film già dorato. Altri tocchi di classe di una regia impeccabile, la scena in cui Peppy, col braccio infilato nella giacca di George, flirta con se stessa, sognante; o quella in cui l'immagine del protagonista, ormai prossimo alla perdizione, si riflette nell'alcool versato, trasmettendoci ogni particella del suo turbinio di sensi. Va apprezzata anche la capacità di non scadere in una retorica sterile o in nostalgie trite e ritrite per un'epoca che non c'è più. E anche temi quali la magia del cinema, lo star system, l'ascesa e il declino, vengono trattati con una leggerezza e una dialettica oggi impossibili. Perfetti i due protagonisti e i comprimari: se non li conoscessimo, faremmo fatica a riconoscerli come personaggi del presente.
Girato interamente a Los Angeles, e non poteva essere altrimenti.


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