giovedì 15 dicembre 2011

Una Separazione

Simin (Leila Hatami) e Nader (Peyman Moaadi), marito e moglie appartenenti alla middle class teheraniana, sono prossimi al divorzio: la prima, ottenuti i visti necessari, vorrebbe emigrare per assicurare un futuro migliore alla figlia adolescente Termeh (Sarina Farhadi); il secondo non vuole abbandonare l'Iran e il padre, anziano e malato di Alzheimer. Con la richiesta di separazione respinta dal giudice, Simin torna dai propri genitori lasciando marito e figlia: Nader si vede dunque costretto a cercare una badante per il padre, e la troverà nella povera Razieh (Sareh Bayat), donna incinta e con un profondo credo religioso. La figlia piccola sempre con sé, il marito Houjat (Shahab Hosseini) disoccupato e continuamente braccato dai creditori, Razieh si trova perennemente stressata e affaticata. Fino ad uno sfortunato e tragico incidente domestico che darà vita a un furioso scontro giudiziario tra le due famiglie.

Primo film iraniano ad aggiudicarsi l'Orso d'Oro al Festival di Berlino, il film di Asghar Farhadi è una finestra su un mondo tanto lontano e diverso dal nostro: l'Iran, con il suo fondamentalismo islamico, la sottomissione della donna all'uomo, le differenze sociali tra classe abbiente e i milioni di poveri. Ma il punto di forza di "Una Separazione" sta nella sua universalità, nella sua capacità di affrontare una moltitudine di temi, di contrasti, di vizi in cui chiunque, da ogni parte del mondo, possa rispecchiarsi: amore e odio, verità e bugia, ragione e torto, sincero pentimento e opportunismo, un'orgia di opposti che sta alla base stessa della natura umana. Tutti mentono, eppure tutti hanno ragione, in un certo senso. Tutti i personaggi, inizialmente onesti e dalla condotta impeccabile, diventano via via più marci, ricchi o poveri che siano: Nader, Simin, Razieh, Houjat e tutti coloro che li circondano. I figli, gli anziani malati, la bontà e la clemenza dimostrate davanti a un giudice, tutto diventa uno strumento nelle mani dei protagonisti per far valere le proprie ragioni. Nessun rispetto, decenza o morale. E la religione un mero pretesto, un tappeto con cui coprire le proprie nefandezze e le proprie ipocrisie: il peccato si insinua sempre e comunque, e l'uomo può opporsi solamente con ridicoli paletti per definire cosa sia lecito oppure no: dal nostro punto di vista stupiscono la scena in cui Razieh si trova costretta a chiamare un call center per assicurarsi che cambiare i pantaloni a un uomo anziano e malato non costituisca peccato, o il fatto che Houjat si infuri perchè la moglie lavora di nascosto in casa di un uomo divorziato.
Il problema di fondo è che l'adulto è, inevitabilmente, universamente, un essere corrotto: solo i bambini o coloro riconducibili ad essi (il nonno malato, incapace di intendere e volere), si salvano. Schiacciati dall'incapacità dei grandi di assumersi le proprie responsabilità o di prendere decisioni, possono soltanto rinchiudersi in sé stessi o fuggire: emblematica la scelta finale di Termeh, quando i due genitori riusciranno finalmente ad ottenere il divorzio. E su tutto regna sovrana l'incomprensione, l'incapacità di comunicare. Tutti i pesonaggi sembrano non capirsi: parlano, parlano, ma il dialogo non permette mai loro di scostarsi di un millimetro dalle proprie posizioni. Una partita a scacchi tra muli cocciuti e sordi.

Splendida l'introduzione con i documenti di identità di Simin e Nader passati nella fotocopiatrice e i titoli di testa lasciati in persiano anche nella versione internazionale. Molte le inquadrature con camera a mano, il più delle volte semplici e statiche. Uno stile sobrio, niente effetti o trucchi fini a sé stessi: nessuna gran fotografia, colonna sonora o scenari ammalianti. Solo una storia e una rappresentazione dei personaggi prossime alla perfezione.


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