venerdì 23 dicembre 2011

MOUSTACHE / ADIF.DESIGN: Intervista a Simone Alessandrini

Simone, innanzitutto dicci chi sei, da dove vieni e di cosa di occupi.
Allora, Simone Alessandrini, 10 luglio 1973, nato a Jesi e jesino non doc perchè i miei genitori non sono tutti e due nati qui, ma in fondo mi sento tale. Per quanto riguarda il mio percorso di studi, ho fatto tre anni di ingegneria, due anni sabbatici in cui ho sperimentato l'arte del muratore con mio padre, fino a quando non mi sono reso conto che ciò che mi interessava erano la progettazione, il design, l'arte. Da lì ho fatto una scuola di design, l'ISIA di Firenze. Altro step fondamentale probabilmente è stata la mia esperienza lavorativa a New York, sei mesi durante i quali ho lavorato nello studio di un noto architetto, ed è proprio in quel momento che mi sono reso conto di ciò che avrei voluto fare e di quale era la mia vocazione principale, cioè avere un laboratorio e realizzare manualmente le mie cose.

Da quanto hai aperto, dunque, il tuo laboratorio?
Beh, io sono tornato da New York nel 2005 ed ho aperto poco dopo. Sono tornato a Jesi, dopo sette anni a Firenze, anche perchè quella newyorkese è stata un'esperienza non indolore dal momento che a Firenze lasciavo una ragazza, un cane,... e quindi sono partito con l'idea che in un modo o nell'altro sarei tornato. Poi, quando ero là mi si è materializzata in testa l'idea di volere un laboratorio. Essendo Firenze una città estremamente cara nella quale non vedevo una prospettiva del genere, oltre al fatto che mi stava un po' sulle balle perchè è una piccola città vestita da grande, mentre stavo a New York decisi che mi sarei creato il mio laboratorio dove ce l'ho ora, cioè sotto casa dei miei, luogo in cui sono nato e cresciuto e in cui avevo lo spazio a disposizione per poterlo realizzare.

Che differenza c'è tra Moustache e Adif.Design, e cosa significano queste sigle?
Adif.Design è un acronimo e non ho rivelato a nessuna persona ancora in vita cosa significhi, a parte chi mi conosce molto bene che magari c'è arrivato da solo, tipo mia sorella e pochi altri. Per me rappresenta un po' l'inizio della mia attività ed è inoltre il marchio ufficiale, quello con cui pago le tasse! Moustache... ho sempre lavorato un po' nell'ombra e anche il mio laboratorio, che vedevo come uno spazio aperto, in realtà si è trasformato in un nido dentro al quale mi sono rifugiato per diversi anni a creare le mie cose: Moustache è invece una presa di posizione, un atto di volontà di uscire allo scoperto. Ho cercato di farlo in maniera abbastanza semplice, creando una scatola bianca che potesse essere di volta in volta riempita con contenuti diversi, mantenendo una struttura di fondo che si basa sulla mia produzione, su cio' che faccio io. E' uno spazio che voglio condividere, che vedo condiviso, quindi il più possibile pulito, bianco e passibile di essere riempito... un centro di creazione, di emanazione di energia creativa. Le vicissitudini quotidiane e le difficoltà a livello lavorativo non mi permettono di stare qui tutto il tempo che vorrei, ma c'è, comunque sia, l'idea di trasformarlo sempre di più in un luogo operativo, nonostante lo spazio esiguo: vorrei farlo diventare una sorta di laboratorio/vetrina, cioè vorrei fare le cose qua dentro così da comunicare ancora di più l'aspetto creativo, manuale, laboratoriale dell'idea che nasce, che è inconsistente e che infine si traduce in qualcosa di concreto.

Ok, quindi adesso le tue creazioni non le realizzi qui, questa è solo una sala di esposizione, giusto?
Mah, alcune cose qui dentro le faccio, alcuni lavori in resina... per adesso lo vedo soprattutto come un luogo di incontro, uno spazio un po' particolare, bianco, un po' atipico per il panorama jesino. La gente che entra, quella che passa e che ha la forza di vincere l'imbarazzo della vetrina, ho sempre cercato di accoglierla con un'apertura volta proprio a cercare di creare una piccola sinergia, uno straniamento dal contesto abituale esistente nelle altre strade. Quando uno entra qua dentro, cerco sempre di creare una dinamica relazionale un po' diversa, di abbattere le prime corazze, i primi scogli del "Piacere, Simone, che fai?"... quelle cose che, quando non conosci una persona, si creano sempre, come una sorta di imbarazzo.

Torniamo un attimo sul tuo percorso di studi...
Ok... per quanto riguarda i miei studi, l'unica scelta cosciente che ho fatto è stata, a venticinque anni, quella di ricominciare a studiare design; prima mi rendo conto di aver fatto tutte scelte più o meno incoscienti. Anche quella delle superiori è stata soffertissima... è anche vero che all'epoca non è che ci fosse un ampio panorama di scelte, io non avevo le idee chiarissime e anche il contesto culturale nel quale ero inserito non mi ha aiutato a capire che magari potevo avere una qualità artistica su cui poter puntare. All'Istituto tecnico poi, ho superato il quarto anno con estrema difficoltà, un vero calvario... però ce l'ho fatta, ho resistito e mi sono diplomato anche con un buon voto. Quindi volevo fare architettura, che però era lontano da casa... Ancora non c'era il concetto di andare a studiare fuori, cosa riservata ai pochi fortunati con una famiglia che si poteva permettere di pagare un affitto. E quindi ho scelto di fare Ingegneria edile ad Ancona, e lì ho veramente sofferto tanto, ho fatto addirittura degli esami di cui non mi sono reso nemmeno conto. Però oggi, col senno di poi, mi rendo conto che tutte le cose che ho fatto mi servono: ad esempio ho un'estrema passione per progettare e realizzare lampade, e quindi l'Istituto tecnico industriale - all'epoca studiavo elettronica, telecomunicazioni - m'è servito tantissimo. Mi piace realizzare installazioni e scenografie in cui l'aspetto architettonico e costruttivo è fondamentale, quindi anche Ingegneria m'è servita, così come ancora di più, probabilmente, mi sono tornati utili i due anni di attività pratica sul campo a fare il muratore con mio padre: due anni fatti di polvere, di materiali, di pesi sulle spalle, attività concrete che lasciano il segno ancora di più rispetto a cose lette sui libri. Quindi tutte le cose che ho fatto mi sono servite, quello che mi ha portato a fare design è stato un percorso che subito non ho capito ma che poi si è rivelato estremamente utile. Quando ero all'ISIA a Firenze molte cose sono andate in discesa, certe materie le ho affrontate con una conoscenza a monte estremamente valida e che mi ha permesso di affrontare degli esami anche con molta facilità. E anche tutt'oggi, quello che faccio, ogni ambito in cui ho la fortuna di esprimermi, in qualche modo riguarda gli ambiti che hanno interessato il mio percorso di studi: sono tutte cose che sono poi ritornate, si sono collegate, hanno trovato una ragione d'essere.

Quando ti sei iscritto all'ISIA comunque, avevi già le idee abbastanza chiare su quello che volevi fare in seguito?
Sì: ci sono state pochissime volte in cui ho avuto dei segni chiarissimi, in cui la mia anima, il mio spirito guida, m'ha parlato in maniera estremamente chiara. Mi ricordo benissimo, stavo facendo l'obiettore di coscienza alla Caritas di Senigallia ed entro all'Informagiovani, non ricordo per quale motivo. Dentro trovo una cartolina pubblicitaria della Scuola del Progetto di Reggio Emilia, una scuola di design: quando ho visto quella cartolina mi si è accesa una lampadina: ho avuto una mia piccola illuminazione personale, mi sono reso conto che quello era ciò che veramente volevo fare, la cosa che realmente mi interessava. Da piccolo giocavo sempre con le lego, il mio gioco preferito... e il bricolage: avevo il traforo, la seghetta, con cui mi divertivo tantissimo... Avevo sempre in testa di far cose, di costruire cose. Poi, crescendo, quando ho cominciato ad acquisire manualità e dimestichezza con gli attrezzi, ho cominciato a costruire regali per la ragazza, per l'amico, eccetera... li facevo io, mi piacevano i materiali, mi piacevano la terracotta, il legno, il ferro, tutto quanto. Mi inventavo sempre cose, però non avevo mai pensato che questa mia passione potessi in qualche modo incanalarla. Quel giorno lì invece mi si è come aperto come uno squarcio nel cervello: "In realtà è questo che a te piace fare nella vita", mi son detto, "tu devi far questo"... c'è stata una voce che m'ha parlato in questo modo, è stata una delle poche volte in cui ho sentito delle voci estremamente chiare che m'hanno indicato una via, e quindi non ho avuto dubbi. Poi i dubbi sono venuti dopo, quando ho iniziato a ricercare le scuole, sono andato a vedere questa scuola a Reggio Emilia per capire se mi piacesse, poi da lì l'ISIA di qui, l'ISIA di là, l'Istituto Europeo del Design, Facoltà varie... insomma, ho fatto una grossa ricerca e alla fine ho scelto l'ISIA. E' stato un percorso lungo durante il quale ho avuto dei tentennamenti, ho vacillato, la mia mente m'ha messo molto alla prova: oramai erano due anni che lavoravo con mio padre, che aveva una ditta sua... magari potevo rilevare la ditta e portare avanti un'attività già avviata e tranquilla... mi dicevo "ti stai montando la testa, ti stai facendo venire in mente chissà quali idee"... però dentro di me ho sempre pensato alla sensazione che avevo provato quella mattina a Senigallia. "Devo dargli ascolto a questa cosa, devo dargli ascolto", e me lo sono imposto, a volte anche andando contro alla mia volontà, mi son detto "vai avanti e insisti". E quindi ho smesso di lavorare e mi sono rimesso a studiare per gli esami di ammissione, perchè non avevo mai studiato bene Storia dell'Arte... sicchè, quando ho fatto l'esame di ammissione a Firenze - che ho ritenuto estremamente specifico per la materia e perfetto per testare le mie capacità - sono risucito a superarlo. Ne prendevano soltanto venticinque all'anno e quindi, anche inorgoglito da questa cosa, sono partito.

Che consigli ti senti di dare a chi volesse seguire la tua strada?
Sicuramente l'esperienza fondamentale è quella che si costruisce sulla propria pelle, quindi consiglio a tutti di allontanarsi da casa e dai genitori il prima possibile e per più tempo possibile: io l'ho fatto tardi e non per tantissimo tempo, volente o nolente ancora oggi sono legato a loro. Quello che trovi in giro, spostandoti, il fatto semplicemente di decontestualizzarsi dall'ambiente in cui si è abituati a vivere, ti mette come in una condizione di stress... si innalza il livello di attenzione, si alza l'istinto di sopravvivenza, essendo in un contesto estraneo al quale ti devi abituare... dal sapere dove andare a comprare il pane a capire quali sono le persone di cui ti puoi fidare e quelle da cui devi guardarti le spalle. Quindi la cosa che consiglio è quella di fare un'esperienza, autonoma, di confronto con un contesto, di stare il più possibile lontano da casa, di mettersi sempre in una condizione non di agio ma di continua ricerca.
Poi c'è la questione del luogo: ogni città ha le proprie caratteristiche: se penso alla politica, in Italia, penso a Roma e non a, che so, Lecce o Bergamo... se penso all'arte mi vengono in mente Roma, Firenze... se penso al design penso a Milano. Una scuola di design a Milano è molto più esposta che non una ad Ancona. Poi le situazioni particolari le trovi ovunque, e dipende anche da ciò che vuoi tu: se cerchi un lavoro da impiegata in uno studio di design allora va bene anche una scuola ad Ancona, dove magari conosci il professore che può assumerti nel suo studio; se invece vuoi fare un'attività di un certo tipo, più basata sulla produzione personale e in cui puoi dire la tua, allora probabilmente una soluzione più esposta puo' tornare utile. Però la cosa fondamentale, più che la scuola, è la vita: cioè mettersi nella condizione di vivere sé stessi nelle più disparate situazioni.

Giusto qualche parola su New York.
Wow. New York per me è stata un po' come una favola, un sogno, nel senso che l'opportunità è venuta fuori in maniera estremamente impensabile. Avevo finito gli esami all'ISIA e stavo pensando di fare la tesi - che peraltro ancora devo fare! - quindi avevo iniziato a lavorare all'interno della scuola come assistente nel laboratorio di informatica. Una mattina vedo in bacheca quest'annuncio: "Lo Studio dell'architetto Gaetano Pesce di New York cerca un prototipatore da inserire all'interno del suo organico". Per chi non lo conoscesse Gaetano Pesce è un architetto molto famoso, un po' come, per chi fa moda, dire "Giorgio Armani cerca un assistente, chi è interessato?". Insomma, sembrava quasi uno scherzo. Io avevo iniziato da poco a lavorare lì e a scrivere la tesi, ero andato da poco a convivere con la mia ragazza a Firenze... insomma, dentro di me pensavo "che figata, che figata, fortunato chi ci andrà". Poi passavano i giorni e l'annuncio era sempre lì per cui, a un certo punto, vado in segreteria ad informarmi: "scusate, ma a quell'annuncio non s'è interessato nessuno?" E mi dicono di no: praticamente è il sogno che s'avvera, e quando il sogno s'avvera, spaventa. E l'ho buttata là: "Io sarei interessato". Mi passano l'indirizzo e-mail dell'ufficio e gli scrivo, inviandogli il curriculum... non è che poi avessi chissà quale curriculum, avevo studiato e basta, tolti i due anni da muratore! Aspetto un paio di giorni e mi risponde la segretaria, giusto tre righe: "Abbiamo fatto vedere il tuo curriculum all'architetto, va bene. Dicci quanto vuoi e quando vieni". E io che rimango come un deficiente. Da lì mi consulto con il figlio di un professore che c'era già stato e scrivo - mi ricordo, ho ancora tutte le e-mail salvate! - "Perfetto, voglio 2.800 dollari al mese e vengo a gennaio", giusto il tempo di licenziarmi da scuola, di organizzare le cose e di dirlo alla mia ragazza... e di passare il Natale a casa con i parenti. La risposta: "Ok, 2.500 dollari al mese e sei qui il 4 gennaio". "Ok", ho preso e son partito.
New York mi ha folgorato. Avevo dei precedenti all'estero, ero già stato in Africa a fare volontariato, in Sud America, in Uruguay, e prima di allora New York non mi interessava, mi dicevo che non ci sarei mai andato. E invece ho impiegato tre anni per riprendermi, perchè è stata un'esperienza strabiliante. New York, in assoluto, è la città più chiacchierata sui media e gode di un clamore allucinante. E' potente, in tutto e per tutto. E' stata potente per me come esperienza, perchè andavo là e non avevo contatti, agganci, nulla. Mi son trovato una camera su internet da un tipo che, fino all'ultimo momento, ho sperato non mi desse una fregatura. Tanto più che, il giorno prima di partire, mi sono perso pure la carta di credito: chiamo i miei per farmi fare un vaglia, così da poter ritirare dei soldi in posta... la mia ragazza fa bancomat... riesco a racimolare 1.500 euro che poi ho cambiato in aeroporto appena arrivato, nascondendoli un pò nella scarpa destra, un po' nella sinistra, un po' nelle mutande... Prendo il bus navetta, arrivo a Times Square: mi guardo intorno e mi cago sotto, letteralmente. Ho fermato un taxi, gli ho fatto vedere il bigliettino con l'indirizzo e mi son detto "che Dio me la mandi buona". E me l'ha mandata buona.

Hai pensato mai di rimanere a New York? Ne avevi la possibilità?
Il fatto è che sono partito fortemente menomato, con l'idea di aver dato un grosso dispiacere alla mia ragazza. Mi ricordo di averle promesso di star tranquilla, che dopo sei mesi sarei tornato e questo, in qualche modo, m'aveva già fatto partire con una determinata predisposizione. Possibilità di rimanere ce ne potevano essere: ce ne sono nel momento stesso in cui tu vuoi un lavoro, lo cerchi e lo trovi, e c'è sempre. Là ho lavorato veramente tanto, spesso e volentieri anche il sabato e la domenica: m'ero veramente stancato, perchè l'ambiente diventava, a cicli, insopportabile, dipendeva in maniera pesante dall'umore dell'architetto: se una mattina si alzava con il piede giusto ti considerava il più bravo del mondo, il giorno dopo, se gli girava male, tu eri quello che gli faceva andar male gli affari. Aveva dei terribili sbalzi d'umore e tu ti sentivi sbattuto dalle stelle alle stalle per un niente... una situazione allucinante. Certe volte ti avviliva, era insopportabile. Quindi mi dissi "magari New York è fattibile, ma qui no, da lui non più". Poi, dopo essere andato via, ci sono ancora rimasto un po' in contatto per lavoro, fino a quando non s'è comportato veramente male e allora ho troncato ogni rapporto. Nonostante tutto c'è una parte di me che lo ringrazia perchè m'ha permesso di fare un'esperienza veramente unica nel suo genere. Oggi forse avrei un po' paura a tornare... prima no, al rientro ho passato tre anni di angoscia: niente che i miei occhi potessero guardare potevano avere il fascino che avevano avuto la fortuna di assorbire guardando le superfici verniciate, i muri sporchi, gli angoli più incredibili di New York, che io mi aspettavo estremamente tecnologica e invece ho scoperto estremamente ricca di passato e storia. Bella bella bella. Se dovessi paragonarla ad una città italiana la paragonerei a Napoli, come densità, come aria che respiri, come energia. E c'è tanta roba, tanta roba, tanta tanta tanta.

Passiamo a parlare dei tuoi lavori: con che materiali operi? So inoltre che realizzi anche scenografie e installazioni d'arte: magari facci una panoramica delle tue attività.
Per quanto riguarda il design mi occupo prevalentemente di autoproduzioni, essendo i rapporti che ho con le aziende molto limitati: ciò che mi interessa, più che fare un disegno e farlo poi realizzare a qualcun altro, è realizzarlo da me. Mi occupo poi di progettazione e realizzazione di interni, faccio scenografie ed infine installazioni artistiche. Lavoro in questi tre ambiti e in ciascuno di essi ho un diverso tipo di soddisfazione.
L'ambito dell'autoproduzione è forse quello che mi interessa di più - o meglio, mi interessa nella misura in cui riesco in breve tempo a mettere in pratica un prodotto. In questo sono stato fortemente condizionato dall'esperienza che ho avuto a New York, essendo stato Gaetano Pesce il primo ad iniziare a lavorare con le resine. Sono rimasto un po' inviaschiato in questo materiale che non sento completamente mio perchè, in qualche modo, m'è stato trasferito per esperienza vissuta. E' vero anche che la resina è un materiale estremamente affascinante: la sua caratteristica più interessante è la rapidità nel vedere il prodotto finito, essendo un materiale che rapprende nell'arco di trenta minuti. Quello che tu fai lo vedi finito in breve - anche se poi per sformarlo devi aspettare sei ore o, meglio, il giorno dopo. E' un'immediatezza che a livello produttivo è spesso difficile da avere, basta pensare ad altri materiali come il ferro: tutti quanti necessitano di una tecnologia che non è sempre facile da avere in laboratorio. Con questo materiale riesci invece ad avere prodotti finiti in poco tempo, e questo è secondo me un aspetto estremamente appagante: a livello creativo sono estremamente vulcanico, sicché avere subito un riscontro pratico di quello che m'attraversa a livello energetico diventa estremamente piacevole, gradevole, eccitante e a volte fondamentale. Poi è anche vero che sono un amante di altri materiali: sto cercando - e lo farò - di diversificare la mia produzione. Voglio un po' abbandonare le resine, diventate troppo "vischiose" al punto da non permettermi di esprimere altre cose: sto vivendo come un ritorno alle origini, alla riscoperta di materiali più tradizionali quali il ferro o il legno.
La progettazione di interni è tutta un'altra storia: confrontarmi con lo spazio è estremamente interessante, ti trovi sempre nella situazione di dover inventare soluzioni particolari - non m'avvalgo di soluzioni precostituite. C'è sempre, anche all'interno di una soluzione abitativa, di un negozio, di un locale, la necessità di trovare una soluzione particolare o di evocare uno stile, un immaginario o un'idea che è cucita sulla pelle del cliente. Il desiderio di progettare gli ambienti m'ha fatto rivolgere lo sguardo anche alla scenografia: ritengo il teatro un ambiente magico, e la conoscenza degli elementi con cui poter giocare per creare uno spostamento di energie, creare energie, situazioni, innescare la magia che c'è all'interno del teatro mi sembrava estremamente interessante.
L'ambito delle installazioni artistiche è infine quello in cui mi ritengo più vero, più pulito, più nudo possibile: sono i lavori in cui non ho alcun tipo di legame con la committenza - in realtà, facendo installazioni site-specific, il luogo che ti viene assegnato è fortemente condizionante. Alla fine, però, ogni luogo riesco in qualche modo ad impregnarlo, ad investirlo del ruolo che io voglio che assuma e a raccontare qualcosa di veramente personale ed intimo... intimo e anche silenzioso, come un bisbiglio. Nelle mie produzioni sembro quasi schizofrenico, perchè passo da cose estremamente colorate, molto pop, a delle installazioni estremamente silenziose, molto pulite, giocate su cose molto semplici e minimali. E' in queste ultime cose che forse ritrovo una verità. Ritengo che l'arte debba essere archetipica, e quindi riuscire a raggiungere un significato, un senso universale, è la cosa fondamentale.

Arte o artigianato? Passione o lavoro?
Arte e artigianato, passione e lavoro. Io dico sempre che ho avuto la fortuna di capire che la mia passione poteva diventare il mio lavoro. E ritengo che ogni forma d'arte abbia una qualità diversa se passa attraverso una forma d'artigianato, attraverso un "fatto a mano". L'artigianato non è per forza arte, ma l'arte mi auguro sempre che sia artigianato, così come mi auguro sempre che il lavoro sia passione.

Chi sono i tuoi clienti tipici? Riesci a vivere tranquillamente con quello che fai? Quale dei tre ambiti in cui operi ti permette di guadagnare di più rispetto agli altri?
A livello di autoproduzioni chiunque entri da Moustache può essere un cliente, dal comune passante a persone magari più inserite nel mondo del design, chiunque sia capace di cogliere quel qualcosa in più rispetto ai bracciali prodotti in serie in Cina o a una qualsiasi lampada esposta in un negozio di illuminotecnica. Chiunque sia in grado di capire il valore dell'oggetto, per il fatto che è un pezzo unico, fatto a mano. Non ho dei canali particolari, non sono legato a delle gallerie, non so nemmeno come si faccia - anzi, se qualcuno mi vuol dare una mano ne sarei contento! A livello di progettazione di interni, lavorando due anni in uno studio mi sono fatto un po' di esperienza e di nome, e poi funziona col passaparola. Non mi sono fatto mai pubblicità, assolutamente. Anche a livello di scenografia lavoro molto col passaparola, ritengo che le energie girino, e la mia energia possa incontrare quella di persone a me affini.
Se guadagno bene con quello che faccio... dipende: un mese sì un mese no. A volte mi chiedo se abbia diversificato così tanto la mia produzione per avere più possibilità di entrate: in realtà no, sono andato dietro a quelle che erano le mie esigenze espressive, di conseguenza mi ritrovo un mese a dover fare un progetto di interni, due settimane dopo ho più tempo libero e... magari mi sveglio la mattina e mi vengono in mente tre lampade, quattro sedie, dieci mobili, e li faccio. Per quanto riguarda la scenografia adesso sto collaborando con la compagnia Sineglossa di Ancona in un grosso progetto sponsorizzato dal Grotowski Institute in Polonia. A livello di installazioni artistiche, grazie all'aiuto e all'impegno della mia curatrice Sabrina Maggiori, inizio ad avere qualche introito: adesso come adesso non è sicuramente facile fare soldi con l'arte se non sei inserito dentro certi canali. Diciamo che un mese guadagno con la progettazione di interni, un altro mese mi arrivano i soldi per una scenografia... l'estate è il periodo in cui mi prodigo di più a livello di installazioni perchè ci sono più occasioni, più festival, mentre d'inverno mi occupo un po' di più di progettazione di interni che forse, tra le varie attività, è quella che mi porta i maggiori introiti.

Ultima domanda: Jesi.
Jesi... Jesi è una realtà estremamente particolare, sento che c'è un fermento sotterraneo ma con pochissime possibilità di sfogo. Ho pensato Moustache anche in quest'ottica, cioè come una possibile valvola di sfogo per tanta gente che non sa dove andare per fare qualcosa, per vedere qualcosa, per parlare di qualcosa con qualcuno, non pensavo ad aprire questo negozio/galleria/bottega - non so nemmeno io come definirla - per far soldi, non m'ha mai sfiorato la testa il pensiero che potessi diventare ricco a Jesi facendo ciò; l'ho fatto per creare per me e per gli altri un'occasione di incontro in un determinato ambito di condivisione creativa. Che se poi questo significa vendere anche un pezzo, non ci sputo sicuramente sopra.
Jesi è una realtà valida che soffre purtroppo di una scarsa intelligenza amministrativa, come molti Comuni: ogni Comune ha un assessore alla cultura, ma non so quanti tra questi sappiano realmente cosa significhino "cultura", "arte". Si parla tanto di cultura senza sapere nemmeno cosa sia realmente: "bisogna fare arte, bisogna fare cultura", lo si dice perchè è cool, perchè riempie la bocca, ma senza sapere realmente perchè sia utile farlo. A Jesi c'è tanta gente interessante, che fa cose, ma il problema è che sono tutti scollegati: c'è chi lo fa al buio della sua cameretta, in garage, chi vive un momento di gloria, fa una mostra e poi viene dimenticato. Non c'è coordinamento, non c'è conoscenza. La cosa che desidero è che ci rendiamo conto di chi siamo tutti quanti insieme, questo costituirebbe un elemento di forza per le persone che realmente hanno le antenne ricettive per determinati argomenti, per poter realizzare un piccolo cambiamento. E il cambiamento penso sia nella tipologia di aria che respiri per strada, non tanto chissà quale sconvolgimento... semplicemente nella qualità energetica della quotidianità, nel sapere che c'è un ambito espressivo e che questo viene riconosciuto, che ha un valore riconosciuto da tutti, affinchè quello che tu produci venga riconosciuto come un bene per la collettività e non solo come l'estrosità o la pazzia di uno che ha girato un po' per il mondo. Mi incazzo quando qualcuno mi dà dell'artista e automaticamente prende le distanze da me, come se quello che faccio può essere tutto e il contrario di tutto. Io non faccio questo, io sono progettista, designer, scenografo, e - alla fine lo dico, lo posso dire tranquillamente - artista. Nel mio modo di fare che a volte non ritengo sia neanchè troppo elevato, anzi. Ritengo di dover fare ancora molta, ma molta, ma molta strada, che a volte quando qualcuno mi dà dell'artista quasi mi vergogno per me stesso.


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