mercoledì 2 novembre 2011

This must be the place

This must be the place. This should be the place. This is not the place. Tanta attesa per la prima opera internazionale di Paolo Sorrentino, da molti indicato come astro del rinascente cinema italiano. Tanta, troppa la voglia di stupire e riuscire, la sua, tante, troppe le aspettative, le nostre.

"This must be the place" è la storia di Cheyenne (Sean Penn), rockstar cinquantenne da tempo ritiratasi dalle scene. Look dark, stravagante e stralunato, ebreo non praticante, vive con la moglie Jane (Frances McDormand) in una sfarzosa villa di Dublino dove passa il tempo a giocare a squash in una piscina vuota e a girare per centri commerciali con la sua giovane amica Mary (Eve Hewson). Afflitto dal senso di colpa per la morte di due suoi fan e ancora bambino dentro, riceve di punto in bianco la notizia che suo padre, con il quale non parla da anni ed anni, è in fin di vita a New York. Giunto negli Stati Uniti intraprende un viaggio alla ricerca di Aloise Lange, l'ufficiale nazista cui il padre ha dato la caccia per una vita intera, ma soprattutto alla ricerca di sè stesso.

Il film non piace: netto il giudizio all'uscita dalla sala, col tempo affiorano ma e però che non fanno cambiare parere ma ammorbidiscono un giudizio inizialmente impietoso. Giungere a una conclusione netta e definita è impresa ardua.
Proviamo dunque a mettere in tavola i pezzi del puzzle, a completarlo pensateci poi voi, se vi va.

Le accuse.
Uno: il film è stomachevolmente furbo e ruffiano. Si inizia dal titolo del film tratto da una canzone di "Speaking in Tongues" dei Talking Heads, e guardacaso c'è David Byrne nel film. Non solo responsabile della colonna sonora del film insieme a Will Oldham (il che sarebbe anche, ed è, ok) ma anche attore. O meglio, protagonista di un videoclip innestato nel film di sana pianta, che nulla, dico nulla, aggiunge alla narrazione. Il ruolo di Byrne è quello di permettere ad autore e produttori di poter vantare la sua presenza, nulla più. Stesso discorso per Harry Dean Stanton, ospite d'onore al quale è riservato uno dei tanti ruoli assolutamente inutili del film.
Solitamente si cercano attori quando ci sono ruoli da interpretare, in "This must be the place" avviene l'esatto contrario.

Due: nel look di Cheyenne è impossibile non riconoscere Robert Smith dei Cure. Il che sarebbe anche, ed è, ok. Se non fosse per i discorsi tra la rockstar, la giovane Mary e il suo aspirante fidanzato: da una parte la musica giusta, il look giusto, quello che non è commerciale. Dall'altra Mariah Carey e il pop. Sorrentino, non è un pò troppo facile così? Lo sai, vero, che siamo nel 2011, e che il tempo della lotta tra buoni e cattivi è passato?

Tre: personaggi semplicemente abbozzati, figure accennate che non prendono consistenza. Il minutaggio è quello che è, non mi aspetto Dostoevskij ma è il cinema, baby. Il problema è che si cerca di saturare la pellicola con più immagini e personaggi possibile: la conclusione è che anche i personaggi finiscono per essere parte del paesaggio. Drammi esistenziali e sprazzi comici si amalgamano come gocce d'olio in un lago d'acqua (vedi la scena del ping pong: perchè?), né sono credibili né aiutano il ritmo della narrazione.
Sean Penn è l'indiscusso protagonista: ottima interpretazione ma, considerando quanto la storia sia incentrata su di lui, la caratterizzazione alla fine è insufficiente. Riusciamo ad entrare nel personaggio, a vedere come vede lui? Secondo me no. O forse mi sono perso qualcosa?

Quattro: il finale, anch'esso semplicistico e banale. Basta tagliarsi i capelli e smettere di essere stravaganti per diventare adulti? Ok, l'happy ending fa sempre successo, ma diamoci una regolata.

Le attenuanti.
La bravura tecnica del regista e la fotografia, davvero impressionanti. Sorrentino supera se stesso nel dipingere i vasti spazi dell'America con gli occhi di un'ormai turista (Cheyenne), che si meraviglia per le lande monumentali del New Mexico e per i parcheggi asettici e così americani dei centri commerciali, per i bar fumosi e per i motel. Per non parlare della surreale presenza del Croke Park alle spalle del quartiere residenziale di Dublino, ritratto come in una fiaba.
Emerge il contrasto tra l'uomo europeo e l'uomo americano, descrizione riuscitissima seppur con meccanismi puttana: personaggi come fossero caramelle, colori sgargianti e saturi che non goderne è una bestemmia, il fascino sempreverde del road movie. Ma tant'è: regia impeccabile così come la vivida fotografia, il problema è a monte.
Al che ho anche pensato che tante belle immagini non bastino a fare un film ma solo un bel documentario. E poi mi sono smentito, che "Nostos" di Piavoli, "Baraka" di Fricke, o la trilogia di Reggio, sono grandi film, non documentari, di immagini. E poi mi sono smentito di nuovo, che quei film erano intenzionalmente film di immagini, mentre qui l'immagine è funzionale a una narrazione che si rivela insufficiente. Insomma, un gran casino, la verità è in mezzo da qualche parte.
Ciliegina sulla torta andata a male, il doppiaggio italiano, che affibbia una voce da checca e ridolini isterici a uno Sean Penn più pacato invece nella versione originale. Ennesimo stravolgimento in un film che ha già ben pochi punti fermi.

Provocazioni e chiavi di lettura da sviluppare.
L'ultimo Sorrentino contro il primo Sorrentino: da una parte la voglia di strafare, l'ansia per una grossa produzione, grandi nomi in gioco, la volontà di apparire, la descrizione di caratteri a lui non congeniali in quanto non familiari (rockstar, ebreo, straniero); dall'altra il mix di sobrietà e di abilità registico-narrativa (penso all'inizio di "L'uomo in più", con l'irruenta entrata dell'allenatore nello spogliatoio), l'abilità nel tirar fuori il massimo dal minimo, sia in termini economici che di location che di cast (fatto salvo Sua Maestà Servillo), la conoscenza dell'individuo italiano. La costante è la descrizione di una figura di mezz'età in crisi, lavoro in quest'ultimo caso sfocato e poco ispirato.
Certo, sarebbe un gioco troppo semplice, in realtà non stiamo paragonando un flop totale a capolavori irraggiungibili, anche nelle vecchie produzioni non mancano lacune, ingenuità e punti deboli. Ma il confronto viene naturale.

Meno naturale la seconda provocazione: la prima uscita dai confini nazionali di Sorrentino contro quella di Gabriele Muccino. Da una parte un regista amato e apprezzato dalla critica tutta, alfiere di una rinascita del cinema italiano auspicata ogni giorno di più; dall'altra il nemico, Muccino, portavoce di un sentire borghese e snob, fotografo della Società della Spettacolo e dell'Apparire, tanto amato dalla massa del pubblico italiano quanto odiato dalla critica. Ebbene, secondo il sottoscritto l'opera prima estera di Muccino, "The pursuit of happyness", film del 2006 con Will Smith, lungi dall'essere un capolavoro indimenticabile surclassa comunque "This must be the place". Un cast di tutto rispetto, una storia adatta, Muccino avrebbe potuto strafare ed invece si modera, portando a compimento la vicenda in maniera sobria, semplice e chiara, adeguandosi a quello che conosce o è in grado di capire e mettendo da parte il resto. Una saggezza che invece Sorrentino non ha avuto. Certamente sono molte le variabili in gioco (le scelte e le imposizioni della produzione, le differenze di impostazione tra le due sceneggiature, ...), molti i se e i ma. Certamente entrano in gioco considerazioni soggettive che possono orientare i pareri in un verso o nell'altro (anche se The White Surfer ha un approccio agnostico al soggettivo), ma tant'è, una provocazione resta.

A vous.


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