mercoledì 23 novembre 2011

Melancholia di Lars Von Trier

Due sorelle, Justine (Kristen Dunst) e Claire (Charlotte Gainsbourg), diverse e in perenne conflitto ma bisognose l'una dell'altra. Un ricevimento di matrimonio sotto il quale s'agitano tensioni latenti e insoddisfazioni che presto porteranno la situazione alla deriva. La minaccia di una catastrofe planetaria: Melancholia, un pianeta grande dieci volte la Terra, si avvicina ogni giorno di più.

Il chiacchieratissimo Lars Von Trier porta sullo schermo l'Apocalisse in una delle sue opere più riuscite, e lo fa a modo suo: senza pietà, senza lasciare allo spettatore facili speranze. Non c'è scampo, non vie di fuga o rassicurazioni. Solo angoscia: per sentire il sapore della catastrofe bisogna essere pronti a pagarne le conseguenze.
Ottima la scelta dei tempi di narrazione: un affascinante e lirico prologo di immagini in slow motion, poesia della fine; una prima parte incentrata su Justine e il suo matrimonio che va a rotoli ("Festen" di Vinterberg, suo adepto nel progetto Dogma 95, è dietro l'angolo), una seconda che ha come protagonista Claire, le cui certezze e punti d'appoggio si sgretolano man mano che Melancholia si fa più vicino. Ecco così che il rapporto tra le due sorelle si inverte: nella prima metà del film è la povera Justine ad aver continuo bisogno d'aiuto, depressa e incapace di cimentarsi in qualsiasi attività pratica; interviene prontamente Claire, impegnata al limite dello stress per la volontà maniacale di controllare tutto ciò che le rotea intorno. Ed è per questo che la follia prende il sopravvento: di fronte alla fine universale dove si può fuggire e mettersi al riparo? Che senso ha tentare di organizzare una morte perfetta, in grande stile? Ma soprattutto, come si può accettare di scomparire? L'unica ragione possibile diventa quella di Justine, fatta di pacifica rassegnazione e di abbandono. La condizione mentale e umorale del disturbato personaggio interpretato dalla Dunst, così come la visione pessimistica del regista danese, si materializzano nel nuovo pianeta: la vita e l'esistenza non hanno senso. Sposarsi, sorridere, masticare, alzare un piede per entrare in una vasca da bagno sono solo fatiche che non hanno scopo alcuno. Tanto vale svanire, che in fondo ce lo meritiamo.
Viene irrisa la scienza, così sicura di sé e tanto superba da non ammettere l'incapacità di calcolare un evento più grande di lei, tanto che i suoi calcoli e le sue previsioni vengono spazzate via da un semplice strumento fatto da un bambino. Viene irrisa (ancora una volta) la società borghese e l'istituzione della famiglia, massacrate dalla spietata madre (Charlotte Rampling) e da Justine stessa, sorta di Melancholia in carne e ossa. Viene irrisa la natura dell'essere umano: l'innocente, stolto e ottuso neo-sposo di Justine (Alexander Skarsgård) che rimane sul letto in mutande incapace di comprendere pur minimamente l'inferno che devasta la moglie. O il maritodi Claire (Kiefer Sutherland), scienziato che si suicida poco dopo aver scoperto l'errore commesso, incapace di attendere la fine, rivelare la verità e confortare la propria famiglia.
E la minaccia planetaria che cresce lentamente, da semplice ombra (i cavalli che si imbizzarriscono senza motivo, Antares che non brilla più in cielo), passando per smentite e rassicurazioni (il temporaneo allontanamento), i crescenti effetti sulla vita di tutti i giorni (l'impatto sull'atmosfera terrestre e sul suo campo magnetico) ed un finale che è un monumento al pathos: Melancholia immenso e vicinissimo, una portata immaginifica capace di abitare nei peggiori incubi per giorni e giorni.
Tanto discusso il personaggio, tanto indiscutibile la qualità del cinema di Von Trier, un regista capace di portare sul grande schermo le proprie idee senza cedere a compromessi con i propri produttori e soprattutto con il proprio pubblico.
Stordente.

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