giovedì 24 novembre 2011

La pelle che abito

Il chirurgo Robert Ledgard (Antonio Banderas) vive in una lussuosa clinica di Toledo con la governante Marilia (Marisa Paredes) e la giovane Vera (Elena Anaya), rinchiusa in una stanza come una cavia e vestita solo di un body color pelle. Il folle Zeca (Roberto Álamo), figlio di Marilia, che irrompe nella vita dei tre in cerca di rifugio dopo l'ennesima rapina. Un torbido passato che pesa come un macigno, con le morti di Gal e Norma, rispettivamente moglie e figlia di Robert, e il giovane Vicente (Jan Cornet), misteriosamente scomparso da anni.

Tratto dal romanzo "Tarantola" di Thierry Jonquetche, il diciottesimo lungometraggio del regista di Ciudad Real è un thriller nero ed intricatissimo al limite del body horror che, con un'abbondanza di flashback e flashforward, prima disorienta lo spettatore accumulando vicende su vicende solo apparentemente indipendenti, per poi svelare l'intrigo in un secondo tempo che scivola fino a un'inevitabile e non certo inaspettata conclusione.
Se da una parte Pedro Almodóvar segue fedelmente e furbescamente i canoni tipici del genere, dall'altra se ne fa beffa: basti pensare allo stupro di Vera da parte di Zeca, condito da dialoghi assurdi e fuoriluogo, o al racconto svelato da Marilia a Vera sulla morte di Gal e Norma, tragico e strampalato fino all'inverosimile; per non parlare dello scontro finale tra le due donne nella camera di Robert, con Vera che sbuca, meraviglia delle meraviglie, da sotto il letto.
Per il resto il tocco del regista spagnolo si fa sentire come al solito: un universo fatto di uomini, donne, uomini che non sono uomini e donne che non sono donne, una giostra dei sessi che in "La pelle che abito" raggiunge le estreme conseguenze e riesce a turbare lo spettatore mai come prima d'ora; il risultato è un caos in cui non si sa più chi si è (Vera o Vicente?) o quale sia il proprio corpo (uomo o donna? pelle naturale o body sintetico? volto o maschera?). Anche la bontà dell'uomo non è più univoca, con tutti i personaggi in gioco che da buoni diventano cattivi, da vittime carnefici, e viceversa.

Azzeccato il cast: Banderas e Álamo al contempo spaventosi e ridicoli, Elena Anaya e il suo fascino androgino da donna giocattolo, l'immancabile Marisa Paredes, da sempre presenza quasi fissa nel cinema di Almodovar e sinonimo di qualità.
Una storia al limite della verosimiglianza, sicuramente sopra le righe e a tratti prossima all'assurdo (come già avvenuto in passato, basti pensare ai primi, strabordanti e colorati lavori quali "Pepi, Luci, Bom...", "Labirinto di passioni" o "L'indiscreto fascino del peccato"), ma che il regista utilizza sapientemente e con stile per alzare ancora una volta di più l'asticella del proprio messaggio cinematografico e (a)morale. Questo è Almodovar: prendere o lasciare.


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