sabato 19 novembre 2011

Drive

Los Angeles, oggi. Un pilota d'auto dal passato ignoto (Ryan Gosling) sbarca il lunario come meccanico in una piccola officina; per arrotondare lo stipendio svolge lavori saltuari come stuntman nei film e come driver durante rapine in banca. Le cose sembrano mettersi per il meglio quando gli viene offerta l'opportunità di correre nel circuito Nascar e soprattutto quando fa la conoscenza della vicina di casa (Carey Mulligan): tra i due sboccia l'amore, ma con l'uscita dal carcere di Standard, marito di lei, e con l'entrata in scena della mafia italiana, le cose precipitano.

Il danese Nicolas Winding Refn inscena un tech-noir appassionante e affascinante, ambientato in una L.A. Downtown che respira come il resto dei personaggi, tra fondali notturni alla Michael Mann ("Heat", "Collateral" o la versione cinematografica di "Miami Vice") ed eterne periferie di un centro che non c'è. Così come non c'è la capacità di comunicazione tra i due protagonisti: lui, di cui né sappiamo il nome né abbiamo la minima informazione sul suo passato, rasenta l'autismo, non ha aspettative o ambizioni, perso in un eterno presente fatto di lavori legali e illegali, notti intere a lavorare su un motore o capatine al supermaket. Non conosce nessuno, se non il suo datore di lavoro Shannon e la vicina Irene. E lei non è ma meno: il marito in carcere per rapina, cameriera in un anonimo bar e il figlio Benicio come unico contatto umano. Anche per questo la storia d'amore tra i due è tanto più forte e struggente: emerge lentamente e non sfocia in sesso ma in un semplice, vero bacio. Cresce in un ambiente ostile, come un fiore all'inferno (geniale la scena della gita nella vegetazione selvaggia dentro il canale di scolo, unica natura possibile nella Città dell'artefatto): riusciamo a vedere la tensione e il pathos, la fatica con cui queste emozioni sbocciano.
E poi la svolta: nella seconda parte del film monta un climax di violenza esasperata e, cinematograficamente, sopra le righe. Tanto da stridere con la prima metà del film, ma giustificata in un'ottica di contrasto implosione (prima)/esposione (poi). Il giubbotto del protagonista con lo scorpione cucito sul retro rimane sempre lo stesso, ma con lo scorrere del film è sempre più sporco di sangue. Emblematica la superba scena dell'ascensore, vero e proprio cambio dimensionale dall'amore all'orrore, in cui il primo viene racchiuso dalla bolla protettiva del sogno, il secondo irrompe con tutta la sua realtà, come a dire: è questo il mondo in cui viviamo, siamo fatti di questo, siamo questo.
Il protagonista si rivela un assassino spietato, pronto a tutto pur di cavare dai guai Irene, Benicio, e di ricacciare indietro un passato che non accetta più (la maschera come protezione interiore): una lotta all'ultimo sangue con Nino, Bernie e i loro scagnozzi, nella quale avrà la meglio, ma il prezzo da pagare sarà alto: niente più posto per l'amore, si resta a guidare nella notte.

Ottimo il cast, ad iniziare da una Carey Mulligan in stato di grazia, in crescita prova dopo prova (già ai piani alti in "Never let me go" di Mark Romanek), e da un Ryan Gosling acciaio fuso; buone anche le performance di Albert Brooks e Ron Perlman, azzeccatissimi caratteristi. Ottima anche la colonna sonora imperniata sull'elettronica, adatta allo scopo, a cura di Angelo Badalamenti e Cliff Martinez.
Tra i film rivelazione dell'anno.


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