sabato 15 ottobre 2011

Up&Down at the Cinema


Alti e bassi di una due giorni cinematografica.
Mercoledì tocca a "A Dangerous Method" di David Cronenberg: l'ascesa di Carl Jung (Michael Fassbender) all'olimpo della psicanalisi agli inizi del secolo, la sua relazione morbosa con la paziente/assistente Sabina Spielrein (Keira Knightley) e il contrasto col padre putativo Freud (Viggo Mortensen).
Dopo i body horror che l'hanno reso famoso e dopo riusciti thriller psicologici quali "Spider", "A History of Violence" e "Eastern Promises", il regista canadese ci propone il suo primo biopic, e mi dispiace dirlo, ma è un buco nell'acqua. Un film che non tocca il cuore, e non sarebbe strano pensando alla chirurgica glacialità delle sue opere, ma che allo stesso tempo non scava sufficientemente a fondo nella mente. Cosa, questa, imperdonabile per un Cronenberg che si rispetti. Ancor di più considerando che il tema del film è la psiche.
Molte le pecche, a partire dalle performance degli attori: le interpretazioni della Knightley e di Fassbender sono sopra le righe, quasi caricaturali; si salvano invece i comprimari Viggo Mortensen e Vincent Cassel nella parte di Otto Gross. Un'altalena di personaggi in cui è difficile prendere le parti di qualcuno o di immedesimarsi anche minimamente in un uno di essi.
I contrasti e le pulsioni restano in superficie, si mantiene la forma senza sporcarsi più di tanto nel torbido. I rapporti sono sfocati (si pensi a quello tra Jung e la moglie), e il contrasto principale, quello tra Jung e Freud, è condito di dicotomie (ricchi contro poveri, ariani contro ebrei, l'occulto e l'oltre contro il sesso e la profondità interiore) giusto accennate, un semplice tocco di colore spesso fine a sé stesso.
"A Dangerous Method" annoia e non coinvolge, manca la tensione dei lavori precedenti. Il problema non è tanto la regia ma la scrittura, povera, senza capo né coda né punti di forza. Un lavoro che parte in salita e si stanca presto. Ritmo e climax bye bye.
Alla fine rimane solo il profilo di uno Jung piccolo, borghese e attaccato alla fama e al denaro, al buoncostume che maschera vizi e depravazioni. La conclusione "diventò il più grande psicologo di tutti i tempi" è ambigua: attacco ironico al mondo della psicologia o semplice testimonianza che dal fondo si può sempre risalire?

La delusione è ripagata in pieno la sera dopo con "Carnage", ultima opera del sempreverde Roman Polanski.
Testimonianza che per fare un ottimo film bastano una semplice idea, quattro ottimi attori e un'unica ambientazione. New York, oggi: "Carnage" prende le mosse dalla lite tra due piccoli undicenni in cui uno dei due rimane ferito. Toccherà ai rispettivi genitori, i coniugi Cowan (Christoph Waltz/Kate Winslet) e Longstreet (John C. Reilly/Jodie Foster), cercare di riportare la pace, ma senza troppo successo.
Tratto dall'opera teatrale di Yasmina Reza, il film di Polanski massacra la società occidentale "evoluta" in tutte le sue forme, una società che cela materialismo, vizio e nevrosi dietro una presunta rispettabilità di facciata, fatta di lavoro tout court o di interesse per il sociale (l'Africa della Foster o il rispetto degli animali della Winslet), di benevolenza e disponibilità verso il prossimo e di una presunta educazione. Quella che dovrebbero avere i figli delle due coppie, futuro della civiltà. Le premesse sono delle migliori.
Azzeccatissima la rappresentazione dei quattro personaggi, così tanto reali e così poco tipici da risultare estremamente credibili: ne risulta un'immedesimazione, totale o parziale, inevitabile. Con la quale Polanski vince: la critica arriva dritta al vero bersaglio, lo spettatore stesso.
Un ritmo incalzante che introduce di colpo nella vicenda, accumula litri di tensione tanto da far pensare a un'evoluzione tragica, cosa che il fiotto della Winslet stempera in risate e in una grottesca tragicommedia; fantastica anche l'evoluzione degli scontri, prima famiglia Cowan contro Longstreet, poi maschi contro femmine, infine tutti contro tutti, in un'orgia di depravazione in cui il bonton va a farsi fottere, le viscere dell'impero occidentale nude. Ciliegina sulla torta, il geniale finale che ci strappa un'ultima amara risata.
Disarmante. Chapeau Polanski.

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