giovedì 10 giugno 2010

VIAGGIO AL CENTRO DEL MALE: ROBERTO BOLANO E "2666"


Roberto Bolaño muore nel 2003, dopo una lunga e preannunciata malattia al fegato.
Bolaño sa che morirà e vuole realizzare la sua ultima opera, che garantisca alla sua famiglia un reddito negli anni a venire, e a sé stesso un'uscita di scena in grande stile dal palco della vita.
L’anno seguente esce il suo testamento letterario, “2666”.

Opera colossale suddivisa in cinque parti (che in realtà sarebbero dovute uscire separate, secondo le volontà dell'autore), “2666” è un libro sulla letteratura, sulla storia, sul Messico e sul male. Una belva che viene circondata e attaccata da più lati (le cinque parti del romanzo, appunto) per cercarne il punto debole; un vortice perpetuo attorno all'abisso, sul quale mantenersi in un infinito equilibro precario, senza sprofondare mai.
Un gruppo di critici alla ricerca del misterioso scrittore tedesco Benno Von Arcimboldi, un vecchio professore che trascorre i suoi giorni nel deserto umano di Santa Teresa, Sonora, dove terminano sia i critici sia Fate, giornalista statunitense di colore che si ritrova invischiato in una torbida storia di droga e prostituzione, o qualcosa di più grande. E poi la belva, Santa Teresa e quel che vi accade. Una riproduzione fedele di Ciudad Juarez e del suo dolore silenzioso, quello delle centinaia di donne ammazzate da non si sa chi o non si sa cosa. Dalla rabbia e da una storia che ha perso il controllo ma procede all'impazzata; una cronaca cruda e senza lirismi, densità nero pece. Finire "La parte dei delitti" è come vedere una flebile luce in fondo a un inferno dantesco. Una scrittura ossessiva come la morte, e non si può non pensare alla condizione di salute di Bolaño nell'atto di scrivere “2666”.
Chiude (chiude? in realtà l'ordine tra le varie parti è del tutto arbitrario, in questo romanzo composito e ipertestuale) "La parte di Arcimboldi", che prende le mosse dagli Anni Venti e attraversa quasi un secolo di storia europea narrando la vita del misterioso scrittore. Un volo pindarico che nasconde la destinazione finale, nient’altro che il deserto del Sonora e le sue prigioni, reali e psicologiche.

Bolaño, forse l’ultima grande voce della letteratura cilena e latinoamericana, ci ripronone qui, amplificato, il suo stile crudo e secco, la sua prosa concreta e arida: il guinzaglio ai sentimenti viene solo di rado allentato, e quando questi iniziano a prendersi troppo spazio, l’autore subito ci riporta alla cronaca, ai fatti. A terra.
Una sensazione di malessere e di disagio che cresce con la lettura ma masochisticamente ti fa proseguire: un'attrazione magnetica, la curiosità di vedere se c'è un fondo all'abisso, che rimane delusa. Si resta in bilico ma non si cade.

Molti i punti di contatto con “I detective selvaggi”, l'altro caposaldo della sua produzione letteraria: la costruzione articolata e ambiziosa del racconto, lì sottoforma di diario corale e frastagliato in sbalzi temporali, qui attraverso una struttura circolare ricca di intrecci e rimandi, sorta di plasma senza un nucleo; l'ambientazione messicana, ne "I detective selvaggi" principalmente nella vitale Città del Messico degli anni '70, qui nella soffocante Santa Teresa/Ciudad Juarez; e per finire le anticipazioni presenti nel romanzo del ‘98, in cui troviamo embrionali citazioni dello scrittore Arcimboldi, della fantomatica Santa Teresa, nonchè dell'anno 2666, i “tempi bui che sono alle porte”, secondo le parole della realvisceralista Cesarea Tinajero.

Già, “2666”. Un titolo sul quale molti si sono interrogati senza raggiungere una conclusione universalmente accettata. Che forse è alla luce del sole: “2666” è il simbolo del male, un male moderno, il male eterno.

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