sabato 15 maggio 2010

SPECULAZIONI SONORE #1.
FINE O MATURITA’ DELL’INDIE POP, E PARANOIE EVOLUZIONISTICHE.




Quattro mesi alla fine del decennio e poi si inizierà a parlare di Anni Zero, a tentare di definirli, di dargli una forma utilizzabile come involucro esemplificativo per le generazioni a venire; si inizierà quindi a tirare le somme di questa epoca che al momento risulta difficile da inquadrare, così sovraccarica di informazioni, di correnti musicali, di scene e microscene, di proliferazione batterica a livello endemico sul territorio globale.
Anni Zero musicali ricchi di pro e di contro, che hanno visto non solo il susseguirsi di revival triti e ritriti e il facile recupero di stilemi dei decenni passati, ma anche il raggiungimento di nuovi orizzonti nel campo del noise, per non parlare di elettronica, che tra hype, scene di tendenza e correnti sotterranee ha sfornato ibridi degni di nota e rispetto a ripetizione. Garage revival, new 80’s, dubstep, weird folk, new noisers, shitgaze, e tra nomi e stronzate si potrebbe andare avanti giorni interi.
E non poteva che essere così nel decennio dell’esplosione di internet: se i Novanta hanno fatto da trampolino di lancio per il web, gli Anni Zero ne hanno visto la consacrazione: col peer to peer, da Napster fino a eMule, Soulseek, BitTorrent e soci, oggi la musica del pianeta è per la prima volta a disposizione di tutti. Gratis. Le conseguenze sulle modalità di fruizione, sull’approccio e sul consumo di materia sonora erano inimmaginabili fino a pochi anni fa, e probabilmente ancora oggi non è completamente chiaro l’impatto di tale rivoluzione sulla società. Non approfondiamo poi l’impatto di un’applicazione web quale Myspace, che ha cambiato ulteriormente non solo la relazione tra autore e fruitore, ma anche il concetto di “esistenza” di una band (se non sei su myspace, difficilmente esisti).
E’ il primo decennio da molto tempo a questa parte in cui gli adolescenti della società occidentale hanno avuto un approccio alla musica trascendente i concetti di supporto fisico (vinile, cassetta, cd) e soprattutto di album (eccezion fatta per l’elettronica, che ha spesso ragionato, per le sue caratteristiche intrinseche, in termini di singolo). Ed è la prima volta che l’adolescente dell’ovest nasce e cresce con un pianeta di musica nelle proprie mani.
Dunque: essendo i musicisti nel 99% dei casi innanzitutto dei fruitori di musica, degli ascoltatori, l’esplosione anarchica dei generi era la conseguenza logica.
In un decennio nel quale termini come freak o weird sono stati a ripetizione sulle bocche degli addetti ai lavori, non si può non parlare di tre band di punta dell’attuale panorama indie americano: Animal Collective, Fiery Furnaces e Dirty Projectors.
Lungi da me tentativi di scriverne biografie o recensirli uscita per uscita, diciamo solo che tutti e tre i gruppi provengono dalla Grande Mela, ombelico decennio dopo decennio della creatività sonora out; i primi, Avey Tare, Panda Bear e soci, proseguono ormai da un decennio nella loro ricerca di una via psichedelica al pop del terzo millennio, attraverso album tanto strani quanto ritratto dei tempi quali “Sung Tongs”, “Feels”, “Strawberry Jam” fino all’ultimo “Merriweather Post Pavilion”, summa e traguardo della loro ricerca nonchè album del 2009 fino ad oggi, con un distacco abissale sui diretti inseguitori.
Manca la psichedelia ma di certo non la ricerca e la stravaganza nella musica dei fratelli Friedberger, Eleonor e Matthew, aka The Fiery Furnaces. Art pop? Progressive pop? Sta di fatto che album quali “Gallowsbird’s bark” o “Bitter Tea” sono capolavori di follia, che cresce, si satura e infine si calma nell’ultimo “I’m going away”, in cui la stravaganza è contenuta, metabolizzata e messa al servizio di un nuovo equilibrio pop.
Last but not least, i Dirty Projectors di Dave Longstreth, genio visionario autore di assurdi capolavori quali “The Getty Address” o “Rise above”. Stesso discorso fatto per i Fiery Furnaces, l’ultimo, splendido “Bitte Orca” cela la ricercatezza e le complesse architetture pop di Longstreth dietro le splendide voci di Amber Coffman e Angel Deradoorian. E contiene un gioiellino da heavy rotation su Mtv quale Stilness is te move.
Sarà forse un caso che questi tre album della maturità escano nello stesso anno, e sarà sempre un caso che tale maturità coincida col raggiungimento di un equilibrio formale che snatura in parte le caratteristiche di questi tre gruppi, sregolati e folli dalla nascita. Sarà forse un caso, ma lascia pensare.
Siamo di fronte al raggiungimento di una maturità pop impensabile solo fino a tre anni fa? Siamo al raggiungimento di un equilibrio che sposa stramberie sonore alla ricerca della melodia raffinata?
Non siamo piuttosto di fronte ai primi cenni di una normalizzazione pop tesa ad appiattire quanto di strano e facilmente digeribile c’è, in modo da far digerire il prodotto ad un pubblico più vasto? In fondo, oggi che l’indie non è più indipendente (gli addetti ai lavori lo sanno, il pubblico no, il che va naturalmente a vantaggio dei primi), non è plausibile la messa in atto di stratagemmi di mercato, di orientamento del gusto comune, atti ad aumentare la vendibilità del prodotto?
Lungi dal dire che ci troviamo di fronte a una fase di stallo nella storia del rock, che abbiamo imboccato un ciclo di normalizzazione come già avvenuto nei decenni passati (normalizzazioni sempre relative, in quanto qualcosa in ebollizione, anche in fondo alla pentola, c’è sempre stato), si è però forse accumulata una certa stanchezza dopo un decennio di freakness, di neo fricchettoni, di figli dei fiori elettronici del 2000; si sente probabilmente la necessità di ricostruire una base stabile che possa sorreggere il carico della sperimentazione, oggi che tutti suonano tutto, senza limiti di forma, ma nella maggior parte dei casi senza ottenere nulla di concreto o di valido.
Oggi che la ricerca è diventata un gioco infantile fine a se stesso, ingabbiarla un attimo e fare il punto della situazione non è forse la strada sbagliata.
Trovare un nuovo punto saldo da cui ripartire e a cui fare riferimento non è importante solo per la qualità della musica che viene prodotta, ma è fondamentale soprattutto per una storiografia del rock che ha perso la sua linearità e la sua tracciabilità per assumere la struttura di internet: una rete fatta di milioni di rami, di percorsi fatti di collegamenti multipli in cui trovare il bandolo della matassa è impresa quasi impossibile.
Se è relativamente facile indicare i movimenti, i generi e gli artisti rilevanti dei decenni passati, possiamo dire la stessa cosa per il decennio attuale? Sicuramente è la naturale evoluzione delle cose, ma la difficoltà di definire ciò che ci circonda e con cui siamo a contatto ogni giorno spaventa.
Un ultimo passo: questo big bang sonoro a cui stiamo assistendo non contiene già in sè i sintomi dell’implosione? Nuovi generi sì, nuovi movimenti, ma sempre più spesso figli di un’ibridazione selvaggia. Se hai dieci colori e li mescoli in diverse combinazioni ottieni cento colori, mille colori. Ma se continui a miscelare e miscelare, alla fine si ottiene una tinta unica, e le possibilità finiscono.
E’ ancora possibile tracciare orizzonti e fare previsioni sull’evoluzione della musica rock? Ha ancora senso tentare di tracciare una storia? E soprattutto, non sta forse il rock esaurendo pian piano tutte le sue carte?
Forse sono troppo catastrofico, le mie potrebbero essere solo delle... paranoie evoluzionistiche; forse la situazione è complessa, caotica, difficile da analizzare, ma anche in passato il rock è stato in grado di stupirci. La storia ci ha già smentito in passato, stupendoci piacevolmente. Speriamo lo faccia ancora.

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